Le imprese farmaceutiche statunitensi in Italia: il paper della Luiss Business School

Uno studio curato da Matteo G. Caroli per la Luiss Business School, realizzato su impulso dell’American Chamber of Commerce in Italy, ha tracciato il profilo e delineato l’impatto delle imprese farmaceutiche e biofarmaceutiche a capitale statunitense operanti in Italia. La ricerca, di natura qualitativa e quantitativa, si è concentrata sulla dimensione economica e occupazionale, sul ruolo nella ricerca clinica e nell’innovazione, sulla percezione dell’attrattività del Paese da parte dei gruppi oggetto dell’analisi. Lo studio ha considerato l’evoluzione recente e le prospettive a breve-medio termine, e si basa anche su interviste condotte con un campione di sette grandi aziende del settore.
Dimensione economica e impatto moltiplicativo
Nel 2024, le aziende farmaceutiche controllate da gruppi statunitensi hanno generato in Italia valore di produzione superiore a 9,2 miliardi di euro, pari a circa il 16,5% del totale nazionale, con crescita del 25% rispetto al 2015. L’occupazione diretta ha raggiunto circa 11mila e 400 addetti, in aumento del 20% nello stesso periodo. Le imprese sono di dimensione media elevata e la presenza territoriale è concentrata principalmente in Lombardia e Lazio, seguite da Toscana ed Emilia-Romagna. Lo studio ha stimato l’impatto economico complessivo, con effetti indiretti e indotti, di circa 4,9 miliardi di euro, con un moltiplicatore del valore aggiunto di 2,2. L’impatto occupazionale totale, sempre calcolato con indotto e indiretto, è stimato in circa 22mila e 900 addetti, con effetto moltiplicativo di 3,2 rispetto all’occupazione diretta.
Ricerca clinica e fattori di attrattività
Le aziende statunitensi investono nella ricerca clinica italiana. Secondo i dati Aifa riferiti al 2023, hanno sponsorizzato il 49% degli studi clinici in corso nel Paese, pari alla metà delle aziende impegnate nell’ambito. Il campione intervistato ha indicato investimenti in ricerca clinica e studi osservazionali (Real world evidence) per 176,5 milioni di euro nel 2024, con prospettive di crescita per il futuro. Le attività si basano sulla fitta rete di collaborazioni, stimate in oltre mille accordi con strutture di ricerca e sanitarie, in particolare con università e centri situati nelle regioni leader. La percezione dell’attrattività dell’Italia come sede per la ricerca clinica da parte delle aziende Usa è definita intermedia. Tra i punti di forza, l’eccellenza scientifica dei ricercatori e dei centri, l’alta reputazione internazionale dei principal investigator, e il prestigio della ricerca accademica nazionale.
Criticità da superare e prospettive
Dall’indagine sono emerse criticità che limitano la piena espressione del potenziale della ricerca in Italia. Le aziende hanno segnalato tempi lunghi per l’autorizzazione e l’avvio degli studi clinici, per le procedure ridondanti, e burocrazia eccessiva. Tra i fattori problematici, la mancanza di coordinamento nazionale tra i centri di ricerca, norme sulla privacy considerate complesse, la quasi assenza di meccanismi incentivanti per medici e strutture sanitarie, e limiti nella capacità produttiva dei centri. Il payback è uno dei maggiori ostacoli agli investimenti. La mancanza di una strategia nazionale chiara per il settore delle Life Sciences, a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei, completa il quadro delle criticità. Le aziende intervistate hanno mostrato cauto ottimismo per il futuro, legato alle recenti iniziative legislative e di semplificazione, auspicando un cambio di passo strutturale per rendere l’Italia un hub competitivo a livello europeo.



